Il “Divino” Principe delle Arti

Il 6 aprile del 1483 nasceva Raffaello Sanzio, l’uomo che con il suo linguaggio artistico innovativo ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte moderna. Inoltre, ricorre quest’anno il cinquecentenario della sua morte, che l’Italia si è preparata a celebrare con la più grande mostra mai realizzata a Roma sull’artista: è infatti a questo “Principe delle Arti” che dobbiamo un ingente patrimonio di inestimabile bellezza e grazia e a cui tutti gli artisti che sono venuti dopo di lui hanno guardato con grande rispetto, ammirazione e devozione.

“Bello e gentile di aspetto”, grazie al suo straripante talento all’epoca non rimase schiacciato tra le imponenti figure di Leonardo e Michelangelo ma entrò a pieno titolo a far parte di quelle tre corone che hanno dato inizio a una nuova epoca e a un nuovo modo di fare arte. In particolare è noto il rapporto conflittuale (ma di stima reciproca) tra Raffaello e Michelangelo, che condivisero la stessa città e la stessa committenza papale: l’uno ancora acerbo, l’altro già temprato.

Raffaello e Michelangelo nella pittura stanno come Mozart e Beethoven nella musica. Uno gentile, calmo, sereno, giocoso; l’altro burbero, agitato, inquieto, solenne. Raffaello è generoso, altruista, socievole e spensierato, mentre il Buonarroti è scontroso, egocentrico, solitario e tormentato. Raffaello come Mozart (che morì quasi alla stessa età) godette per nascita di due privilegi: di un padre con una specifica competenza nell’arte e per suo tramite in breve tempo un immediato riconoscimento delle sue eccezionali doti artistiche. Circostanze favorevoli quella del padre che stimolarono in ambedue gli artisti una notevole precocità soprattutto perchè dotati di una fervida predisposizione per la propria arte, due enfants prodiges. Inoltre Raffaello, come Mozart, durante gli effetti rumorosi del suo tempo, fu pronto a comporre lo spazio con i più dolci ritmi e le melodie più armoniose.

Non è raro infatti cogliere in quella simmetria e rigorosa armonia delle forme un rimando alle composizioni musicali del periodo rinascimentale e talvolta l’elemento sonoro ci viene offerto dal pittore come soggetto della composizione artistica stessa. Un evidente interesse per la componente musicale è riscontrabile non solo nella vaticana Stanza della Segnatura (1508-1511), dove al corteo musicale delle Muse capeggiato da Apollo che suona il liuto, nella quale gli fa da eco la Scuola di Atene con Pitagora che disegna sulla propria tavoletta un singolare strumento musicale, il monocorde, che rappresenta l’armonia celeste dell’universo; ma anche nella celebre tela della Santa Cecilia (1514 ca.), denominata da alcuni critici “il dipinto del silenzio”.

Una curiosità forse poco nota ai più è che il grande pittore di Urbino è stato esso stesso fonte di ispirazione musicale: a lui infatti fu dedicato, più di un secolo fa, l’inno “A Raffaello Divino” (per coro misto a voci sole) di Marco Enrico Bossi, compositore e organista italiano.
Nonostante la breve vita è considerato un modello fondamentale per tutte le accademie fino alla prima metà dell’Ottocento e grazie alla propria bottega e ai numerosi seguaci il suo esempio, il suo modello si è tramandato nel tempo fino ad essere stigmatizzato sotto l’etichetta del “bello ideale”.

Per questa fama e prestigio che hanno travalicato le diverse epoche, le spoglie mortali del grande maestro urbinate, per volontà dello stesso, sono inumate al Pantheon. Fu infatti Raffaello stesso dall’alto della propria fama che chiese di essere seppellito nello stesso e ivi sono rimaste sin dal 1520: sistemate nell’edicola della Madonna del Sasso, opera commissionata dallo stesso Raffaello ed eseguita da Lorenzo Lotti detto Lorenzetto.
Sulla lapide al Pantheon di Roma si trovano le parole che in suo onore scrisse Pieteo Bembo. Qui il grande petrarchista, infatti, compose i versi in latino: “ILLE HIC EST RAPHAEL TIMUIT QUO SOSPITE VINCI RERUM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI”, vale a dire “Qui giace Raffaello dal quale, mentre era in vita, la Natura temette di essere vinta e, quando morì, temette di morire anch’essa”.

Ossequio raramente tributato ad un artista in vita, tale omaggio è capace di restituire almeno per approssimazione la qualità, la varietà, la grazia e l’inarrivabile bellezza di quello che è stato e sarà sempre il pensiero creativo del genio raffaellesco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *