David dai Mille Colori ⚡

“Time may change me, but I can’t trace time”

Celebriamo oggi un genio eclettico e camaleontico, il carismatico ‘Duca Bianco’ dal portamento elegante e distaccato ma anche il magnetico alieno ‘Ziggy Zardust’ sgraziato e un po’ kitsch: David Bowie.

Sappiamo che l’artista inglese venne registrato all’anagrafe come David Robert Jones, e la scelta di utilizzare “David Bowie” come pseudonimo deriva da un possibile errore di riconoscimento in cui poteva incorrere il britannico, facilmente confondibile con Davy Jones dei The Monkees, celebre band pop rock fondata, a Los Angeles, nel 1965.

Fin dall’età di sei anni era molto appassionato alla musica e un ruolo fondamentale in tal senso lo ebbe suo fratello, Terry Burns, che ascoltava jazzisti come Coltrane e leggeva beat. Di fatto iniziò a suonare all’età di 12 anni, quando sua madre gli regalò un sassofono di plastica, ma a ben vedere David era già un predestinato sin dalla data di nascita: l’8 gennaio, infatti, è anche il compleanno di un altro grande della musica internazionale, Elvis Presley.

Sebbene sia diffusa la leggenda che gli occhi di David Bowie siano di due colori diversi, in realtà la loro differenza è dovuta a una diversa dilatazione dell’iride. L’occhio destro, infatti, era perennemente dilatato a causa di una scazzottata durante il periodo dell’adolescenza con l’amico George Underwood. Una volta risolta la questione, i due hanno continuato ad essere molto amici, tanto che dopo essersi appassionati insieme alla musica, hanno anche collaborato e Underwood è passato alla storia per essere il disegnatore di due copertine degli album di Bowie.

Una lunghissima carriera all’insegna delle metamorfosi ma soprattutto dell’incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi. La Londra in cui si trova ad orbitare fin da giovanissimo vanta una scena rock sfavillante: dai Beatles ai Rolling Stones, dai Pink Floyd agli Who, dagli Animals agli Yardbirds. Il giovane David ne è affascinato, ammaliato, rapito, stregato:

“Londra era una polveriera. La droga imperversava. Io volevo vedere e capire quello che capitava. La mia paura era di passare di fianco a una nuova moda che stava per arrivare. Non desideravo altro che locali. Ci andavo sia per l’esperienza sia per riempirmi le orecchie.”

Bowie è stato unico non solo in senso strettamente musicale, ma anche per il modo di proporsi sul palco, per l’uso della teatralità e dell’artificio e per l’abilità di mescolare influenze musicali, visive e narrative molto diverse tra loro. Il trasformismo infatti è solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, più in generale, della stessa società occidentale.

La sua immagine è sempre stata parte integrante del suo successo: non è un caso, infatti, che il suo volto compaia su tutte le copertine dei suoi album (fatta eccezione per la versione inglese del disco The Buddha of Suburbia) e questo suo protagonismo si sposò tanto bene anche con un’arte che preferiva meno rispetto alla musica, ma di cui era un appassionato: il cinema. Tale passione infatti, in diversi casi, si è tramutata in vero e proprio impiego e quel suo trasformismo innato gli fece ottenere diversi ruoli in diversi film, dandogli ancora più visibilità e risonanza come personaggio pubblico.

Famosissimo alter-ego della figura di Bowie è quello del Duca Bianco (Thin White Duke). Un personaggio aristocratico, vestito in modo sobrio ed elegante, che ha atteggiamenti altrettanto posati. In ogni caso Duca sì, ma solo sul palco. Nel 2000, infatti, il musicista britannico ha rifiutato il titolo di Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico e tre anni più tardi il titolo di Cavaliere dello stesso ordine.

Molto lontano da questo universo risulta invece l’altro celebre alter-ego di Bowie: un alieno in calzamaglia dalla chioma color carota e dal trucco da drag queen, un essere talvolta sgraziato e dannatamente kitsch, che sembra uscito da un fumetto di fantascienza trash. Eppure, sarà proprio nei panni del pomposo e glam rock Ziggy Zardust, che Bowie raggiungerà per la prima volta quella fama mondiale a lungo inseguita e mai più abbandonata, come un vero e proprio invasore spaziale.

“E’ da quando sono nato che cerco un’identità. Credo solo nelle mie azioni. Rinnego sempre il passato, vivo per il futuro”.

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