Un dottorato alienante – Scrittura creativa di gruppo

<<È un fatto importante, ancorché comunemente noto, che le apparenze molto spesso ingannano. Per esempio, sul pianeta terra, l’uomo ha sempre pensato di essere la specie più intelligente del pianeta, quando invece è la terza>>.

Il professore era appena entrato in aula e senza neanche presentarsi aveva pronunciato queste due frasi, soppesando ogni parola e scrutando attentamente il suo piccolo pubblico composto da sei studenti, i vincitori della borsa di studio per il Dottorato di Ricerca in Fisica e Astronomia dell’Università di Padova.

La selezione era stata estremamente dura, ma Elena, dopo aver trascorso notti insonni e compiuto immensi sacrifici, ce l’aveva finalmente fatta e stava per coronare il suo più grande sogno.

In molti avevano tentato di dissuaderla dall’intraprendere quel percorso, per le ragioni più disparate.

La madre non aveva mai visto di buon occhio la scelta del corso di laurea in Astronomia. Era ossessionata dalle statistiche sulla condizione occupazionale dei laureati, e quella facoltà sembrava non promettere nulla di buono in tal senso.

Il padre si era sempre detto felice che Elena seguisse le proprie passioni, ma era visibilmente deluso del fatto che la figlia non sedesse alla scrivania accanto alla propria nel prestigioso studio legale Falivo&Partners, da lui stesso fondato.

Quella scrivania era ora occupata dall’ormai ex fidanzato di Elena.

Nemmeno lui aveva mai voluto veramente comprendere il fascino che l’astronomia esercitava su di Elena, e ora che lei si era trasferita da Roma a Padova aveva anche smesso di far finta di provarci.

I colleghi e i docenti dell’università si erano limitati a storcere il naso quando avevano appreso del suo progetto di conseguire quel dottorato in quella università, soprattutto con quel professore.

Infatti il professor Valerio Santini, che dopo aver osservato compiaciuto le facce spaesate dei suoi sei dottorandi stava finalmente scrivendo sulla lavagna il proprio nome, email ed orario di ricevimento, godeva di una pessima fama nel mondo accademico.

Si diceva che un tempo fosse il ricercatore migliore del suo campo, ma che in seguito ad uno studio che aveva condotto in un’università parigina i cui risultati non erano mai stati pubblicati, avesse perso completamente la testa.

Il professore sosteneva di aver trovato tracce dell’esistenza di ben due specie molto più intelligenti ed avanzate dell’uomo.

Per la maggior parte dei colleghi si trattava di affermazioni prive di fondamento e, cosa ancora più grave, pericolose.

Una sparuta minoranza era affascinata dalle teorie del professore e aveva approfondito la questione ipotizzando l’esistenza di pianeti sconosciuti, lontani da noi centinaia e centinaia di anni luce, in cui si erano potute formare queste specie.

Ma le sue ricerche si erano spinte oltre, ed era arrivato ad affermare che queste specie non vivessero sparse per la via Lattea, ma proprio insieme a noi, sulla Terra.

A seguito di questa ulteriore provocazione, come era stata definita dal consiglio accademico, il rettore gli aveva annunciato che quello sarebbe stato il suo ultimo semestre presso l’ateneo, a meno che non avesse finalmente provato quanto diceva.

La verità era che il professor Santini aveva meno di sei mesi di tempo.

Una settimana prima gli era stato diagnosticato un tumore inoperabile al pancreas e aveva un’aspettativa di vita di soli tre mesi.

Aveva dunque tre mesi per dimostrare ciò che aveva scoperto, e sperava che quei sei ragazzi lo avrebbero aiutato.

Scritto da Polipo Rosa

Episodio 2

«Benvenuti all’Università di Padova», disse il professor Santini indicando la lavagna. «Questo è il mio nome, che probabilmente conoscete già. Quella con la chiocciola è la mia e-mail, che vi prego di non utilizzare mai, è sorvegliata dal rettore. Il numero a dieci cifre è il mio cellulare; idem, è sotto controllo dai servizi segreti. “Mer” è il mio giorno di ricevimento, ovvero il mercoledì, ma non vi servirà.»

Il professore prese la sua borsa di pelle e tirò fuori un sigaro, lo accese incurante delle più basilari regole universitarie e tornò a scrutare gli studenti. Elena abbassò lo sguardo, pervasa da un misto di reverenza, curiosità ed inquietudine.

«Come sapete, se siete qui è perché vi ho scelti personalmente», continuò il professore, «le migliori menti delle università italiane.» Scoppiò in una secca risata. «In realtà siete gli unici ad esservi presentati. Qualcuno potrebbe dire che avete avuto coraggio. Beh, il coraggio non vi manca di sicuro, se avete scelto di gettare alle ortiche le vostre brillanti carriere accademiche per darmi corda. O forse si tratta di incoscienza e stupidità?».

Elena rimase stordita da quell’incipit. Stava succedendo veramente? Una vita di studio e delusioni familiari per sentirsi dire questo?

Il professor Santini fece un tiro di sigaro, poi tornò al suo zaino e ne estrasse una lattina di Red Bull. Bevve due sorsi strizzando gli occhi per il disgusto. Continuò: «L’astronomia… beh, cos’è l’astronomia? Lo studio degli astri, direte voi. Corretto, non ci vogliono cinque ragazzi prodigio e una discreta mente femminile per dirlo.»

Elena impiegò qualche secondo per realizzare che era l’unica ragazza presente in aula.

«E allora perché io, astronomo, ho scoperto forme di vita sconosciute? Davvero, dopo una vita spesa dietro ai telescopi scrutando il cielo, vincerò il Nobel grazie alle “Cose” che vivono sotto terra? Non che sia in cattiva compagnia, eh. Bertrand Russel: logico-matematico e premio Nobel per letteratura. John Nash, logico con un Nobel per l’economia. Mi ci vedi a Stoccolma, tutto in ghingheri, mentre ritiro il premio, cara Elena Falivo?»

A sentirsi nominare Elena ebbe un sussulto, a stento trattenne un gridolino. Poi il suo cervello elaborò ciò che le orecchie avevano sentito. Le “Cose” vivevano sotto terra? Davvero? Questo dettaglio non era contenuto in nessuno dei paper fatti circolare sottobanco dal professor Santini, e che lei aveva studiato e ristudiato fino allo sfinimento. Conosceva a menadito tutti i dati relativi alle prove dell’esistenza delle “Cose”: le tabelle e le equazioni teoriche, le prove meteorologiche e quelle atmosferiche (da cui il professore aveva dedotto che le “Cose” appartenevano a due specie diverse), la tanto derisa “prova ontologica”  e quella basata sulla scommessa di Pascal. Ma del “sottoterra” non aveva mai fatto menzione, nemmeno nel deep web. E se egli comunicava quella notizia così, senza troppo peso, chissà quante altre novità aveva in serbo.

«No, sicuramente morirò prima.» La voce rauca del professor Santini distolse Elena dal suo vortice di pensieri. «Dopo il Nobel mi dedicheranno libri, una pagina Wikipedia e un paio di documentari su Netflix, ma non sarò lì a godermeli. Pazienza: mi accontenterò di immaginare il rettore mentre si contorce per la rabbia, pieno di bile, umiliato dagli scienziati di tutto il mondo. La sua stupidità e la sua doppiezza saranno derise come meritano, dopo anni di prese in giro per il mio lavoro.» Il professor buttò giù un paio di sorsi e fece altrettanti tiri di sigaro.

«Ma perché questo sia possibile,» continuò, «mi serve un compagno fidato, disposto a scendere la Scalinata Nera con me. Potremmo lasciarci le penne, è chiaro. E non che faccia molta differenza per me, visto che mi rimangono tre mesi.»

Le notizie più assurde si susseguivano ad un ritmo tale che ormai Elena non si stupiva più. La Scalinata Nera? Tre mesi di vita? Ma di cosa stava parlando?

Il professor Santini proseguì: «D’altra parte non abbiamo alternative. Un viaggio del genere si dovrebbe pianificare con calma e raziocinio, ma i miei giorni sono al termine, e la mia unica possibilità è riuscire a riportare un paio di “Cose qui”, nel mondo degli umani. Solo così mi crederanno. Ovviamente, l’unica possibilità che abbiamo di non essere squartati dopo cinque minuti è presentarci in due. Sapete la sacralità che ha il duale per le “Cose”, non c’è bisogno di specificarvelo. Ordunque, fatevi una chiacchierata e scegliete chi di voi mi accompagnerà. L’aspetto dopodomani alla Stazione, davanti Voglia di Pizza.»

Il professore raccolse le sue cose ed uscì dall’aula. Elena rimase a fissare il vuoto a bocca aperta.

scritto da Coccodrillo Satanico

Episodio 3

Seppur con attitudini e pensieri differenti, i sei studenti si sentirono parte di un gruppo, tutti protagonisti della lotteria indetta dal professor Santini. Si trovarono accomunati da una sensazione di sgomento, come se una tempesta avesse eroso ogni elemento della realtà, calandoli in un contesto che di reale aveva ben poco.

Si misero in cerchio ed iniziarono a scoprire le carte in tavola, cercando di capire chi fosse più incline ad inabissarsi nella Scalinata Nera, per temperamento o per pazzia.

Molti dubbi e timori iniziarono ad aggrovigliarsi nelle menti dei giovani: si trattava forse di una discesa nell’Inferno, come quella di Virgilio e Dante? Cosa diamine sono le “Cose” ricercate da Santini?  E, nella peggiore delle ipotesi, da cosa sarebbe causata la morte degli avventurieri?

«Varrà davvero la pena sacrificarsi per una causa di cui non sappiamo nulla?»– chiese Francesco, titubante sin dal primo istante in cui Santini parlò.

Al solo pensiero, anche altri tre studenti decisero di tirarsene fuori, ancorati ai loro obiettivi di vita per esporsi in tal modo. Dei sei rimasero solo Elena e Giacomo a contendersi il posto al fianco del futuro premio Nobel di Astronomia.

Decisero di giocarsela con ingenuità e incoscienza, come si fa tra bambini: tirarono a sorte e si affidarono al caso, non essendo in grado di decidere se mettere o meno nelle mani della Morte lo sfidante. Dadi che rotolano, sguardi intrepidi: la scelta ricade su Elena.

La ragazza vide in quel momento una vittoria asfissiante: una rivalsa nei confronti di chi non aveva mai creduto abbastanza nelle sue capacità, da un lato; un senso di angoscia profonda rispetto alle conseguenze che presumeva, dall’altro.

Passarono i due giorni stabiliti, che altro non furono che notti insonni per la prescelta.

Si presentò come concordato davanti Voglia di Pizza e attese il professor Santini, come al suo solito in ritardo. Vedendola da lontano, Santini sghignazzò per la coincidenza con le sue aspettative: aveva già inquadrato la ragazza, timida ad una prima occhiata, ma con un coraggio e un’ambizione da vendere. Gli piaceva stuzzicarla e metterla in difficoltà, per vedere le reazioni che ne sarebbero seguite. Credeva ci fosse del potenziale in lei.

Dopo i primi attimi di silenzio tra i due, Elena era sul punto di prendere la parola, ma Santini la fulminò con lo sguardo: la studentessa aveva percepito da subito un’aura negativa in lui, come se avesse di fianco un elettrone che le si polarizzava contro, in atteggiamento di sfida.

Iniziò poi a porgli delle domande nell’intento di delineare mentalmente il folle viaggio a cui aveva deciso di prendere parte. Prima di tutto, volle sapere dove si trovasse la tanto citata Scalinata Nera e come il professore avesse scoperto quel luogo. Santini tentennò. Ammise poi di non essere in grado di spiegarglielo a parole. «Non può essere compreso razionalmente», proseguì, «proprio come un dogma: o ci si crede ciecamente o si pensa sia un’idiozia, inutile fare domande a riguardo.»

Elena, scossa, capì che si sarebbe dovuta semplicemente affidare a lui e ai suoi studi.

Si diressero dunque in aeroporto.

scritto da Bufalo Pensoso

Episodio 4

Elena aveva capito che al professor Santini restava poco tempo, comprendeva la fretta, ma non si spiegava come mai sarebbero dovuti partire senza un minimo di preavviso. Non sapeva che ad attenderla ci sarebbe stato un interminabile viaggio. Fortunatamente aveva con sé i suoi inseparabili libri ed atlanti, che pensava le sarebbero stati utili all’incontro con Santini.

Il professore non volle anticipare nessun indizio sulla destinazione, era preoccupato che qualcuno potesse intercettare le loro intenzioni ancor prima dell’arrivo, compromettendo quindi la loro missione. Passò in silenzio tutto il tempo del lungo viaggio in macchina verso l’aeroporto di Fiumicino.

Migliaia di pensieri si affollarono nella mente di Elena. Iniziava ad essere preoccupata per la sua incolumità, ma la serietà di Santini la fece riflettere. Un uomo con così poco tempo a disposizione potrebbe tacere e passare gli ultimi mesi che gli restano in compagnia dei suoi affetti. Ma armato di determinazione e coraggio, coinvolse una studentessa per un viaggio alla ricerca della verità, proprio con lo spirito di Copernico, che si mise contro tutti per portare alla luce una scoperta che modificò l’intera percezione che l’umanità avesse dell’universo. Fu questo atteggiamento fiero e sicuro di Santini che convinse Elena a partecipare a questa incredibile avventura, assumendosi tutti i rischi. La posta in gioco era alta ma la ricompensa sarebbe stata di inestimabile valore per l’intera umanità.

Santini si era preoccupato di liberarsi di cellulari, smartwatch e qualsiasi dispositivo che potesse permettere ai servizi segreti di rintracciarli. Chiese di fare la stessa cosa ad Elena, e si incamminarono freneticamente verso i controlli di sicurezza. Il vecchio bagaglio di Santini e lo zaino pieno di libri di Elena passarono con successo i controlli al metal detector, permettendo loro di procedere verso il gate. Solo a quel punto il professore consegnò ad Elena il suo biglietto, diretto a Singapore. «Non è questa la destinazione finale Elena, man mano ti comunicherò dove siamo diretti», le disse sbrigativo Santini.

 

Elena non si era mai allontanata così tanto da casa. Seduta sulle scomode sedie del gate 24 ricordava con nostalgia i brevi viaggi con la sua famiglia. In quel contesto erano molto affiatati, giocavano a fare i piccoli esploratori, curiosi di scoprire posti inediti delle capitali europee sempre lontani dai cliché. Sceglievano mete scontate solo perché facili da raggiungere, infatti le loro gite a Parigi, Madrid, Londra e altre meravigliose città dovevano incastrarsi tra gli impegni del padre. Solo in quel momento, inghiottita dai suoi ricordi, realizzò quanto le mancavano quei momenti di spensieratezza con loro, prima degli attriti dovuti alla sua scelta universitaria.

Le ore volarono, Santini ed Elena dormirono quasi tutto il viaggio dopo la nottata frenetica alle loro spalle, e atterrarono a Singapore. Come anticipato dal professore però era solo una tappa intermedia, infatti il prossimo volo sarebbe stato verso il secondo scalo a Brisbane, dove Elena fece velocemente in tempo ad acquistare all’aeroporto qualche cambio estivo per i giorni a seguire con i rimanenti risparmi che aveva sulla sua carta di credito, per poi finalmente arrivare a Port Moresby in Papua Nuova Guinea.

Una sensazione profonda di squilibrio la pervadeva, completamente scombussolata dal jet lag. Percepiva l’incontro con Santini davanti Voglia di Pizza come se fosse accaduto mesi prima, ma erano passati tre giorni. Il lungo viaggio permise ad Elena e Santini di entrare più in confidenza, senza mai sfociare nel personale, la vita del professore restava quindi per Elena un mistero.

Ad aspettarli all’aeroporto c’era Keme, discendente della remota tribù indigena Huli. Un ragazzo dall’aria rassicurante sulla venticinquina, alto e fisicamente prestante. I suoi genitori si erano discostati dalle antiche tradizioni della loro famiglia, cercando di dare a Keme un’istruzione sull’esempio dei pochi turisti ed esploratori che iniziavano timidamente a raggiungere anche quella che fino a poco prima era una delle regioni più remote della terra.

Elena non sapeva che Santini conosceva bene Keme, sin dalla tenera infanzia, ed è grazie al burbero ma generoso professore che ebbe la possibilità di studiare presso le migliori scuole e università australiane.

Keme si presentò ad Elena con un ampio sorriso e dedicò un abbraccio affettuoso a Santini, che sembrava quasi imbarazzato ma profondamente felice di rivedere il suo protetto.

Grazie alle conoscenze della sua famiglia, Keme poté accompagnare Santini ed Elena all’isola di Bougainville, lacerata dalla guerra civile. Era impossibile e pericoloso accedervi se non scortati da una persona del posto. Si avviarono verso una barca di fortuna, e da lì cominciò l’ultima parte del loro viaggio verso la destinazione finale: il monte Bagana, un vulcano alto 1750 mt che celava un incredibile segreto.

Santini, Elena e il nuovo fidato e misterioso compagno di viaggio Keme iniziarono la loro navigazione tra le acque meravigliose del mar Solomon, dimora di una vasta e rigogliosa barriera corallina. Erano solo all’inizio di una incredibile ma pericolosa avventura, dove le competenze tecniche e le conoscenze di ognuno di loro sarebbero state essenziali per la buona riuscita del particolareggiato piano orchestrato in ogni piccolo particolare dal geniale professor Santini.

Elena e Keme non potevano in alcun modo immaginare di essere loro due a dover scendere la Scalinata Nera nelle viscere del cratere del vulcano Bagana, in quanto il prof. Santini non aveva le abilità necessarie e probabilmente nemmeno sufficiente tempo per farlo.

scritto da Delfino Azzurro

Episodio 5

Sbarcati, Keme, Santini ed Elena intrapresero immediatamente la risalita del  vulcano.

«Non saremo mostruosamente visibili, una volta sul crinale?» obiettò Elena, pensando alle bande armate che infestavano l’isola.

«Il Vulcano è sicuro» assicurò Keme, «Bagana è una montagna sacra» aggiunse. C’era una nota triste ed amara nella sua voce.

Presto la marcia serrata presentò il conto al fisico malato dell’accademico.

Keme accomodò con cura il padrino perchè potesse riposare, convincendolo a fare una pausa, poi raggiunse Elena che si godeva il paesaggio.

Alle loro spalle il professore si lamentava  nel dormiveglia.

«Sta morendo, vero? Ho visto come gli tenevi le mani, mentre lo persuadevi»

Keme annuì sospirando. Continuava a guardare  la piana.

Seguendo la traiettoria del suo sguardo Elena notò  che stava fissando una camionetta ferma  alle pendici del monte: gli uomini sul cassone sembravano guardarli, sull’attenti. Elena s’irrigidì pronta a nascondersi ma Keme rimaneva calmo.

«Sull’isola è cosa nota: chi mette piede su Bagana non farà ritorno. Non temere, non sprecherebbero mai munizioni su di noi.»

Sollevando una colonna di polvere, la camionetta si allontanò rapida nella giungla.

Appena il professore si fu svegliato, cominciarono la scalata: dovettero affrontare molti passaggi difficili, ma grazie alla sapiente guida di Keme, esperto di roccia,  la vetta fu conquistata.

Giunti in cima, Santini si sedette presso il bordo del grande cratere e si accese un sigaro. «Elena Falivo» chiamò sogghignando. «Allora? Non dici niente?  Il tuo professore di astronomia ti porta a sorpresa dall’altra parte del mondo a caccia di misteriose entità nel ventre della terra, e tu per tutto il viaggio non gli fai una sola domanda? Nemmeno ora… » parlando, il professore indicò il desolato paesaggio in cui si trovavano, privo di alcuna traccia della fantomatica scalinata nera. «Nemmeno ora, dico, pensi a chiedermi nulla?»

Elena provò a parlare ma il professore la precedette.

«No, certo: tu hai fede.» Santini annuì gravemente. «Ed è esattamente  ciò per  cui sei stata scelta.  Non hai notato la peculiarità dei test d’ingresso per il dottorato? Vi ho selezionati con estrema cura, ho dovuto fare calcoli  e considerare statistiche molto sottili». Santini spense in terra il sigaro «Giovani pieni di talento, menti brillanti, ma, soprattutto individui capaci di mantenere  nel cuore e nell’intelletto quel piccolo, immenso spazio vuoto che può ospitare l’Imponderabile… l’unico requisito indispensabile per essere una delle due  metà che discende nel grande Dogma della Scalinata Nera.» Il professore si pulì le mani dalla cenere, fregandosi poi il mento. «Tu mi hai pienamente dimostrato che sono stato impeccabile nella mia valutazione.»

«Già. Sei convinta. Tu hai fede. Ovunque io ti porterò, in qualche modo ci sarà comunque un futuro migliore, per te,  qualcosa che cambierà le cose in meglio,che ti porterà qualcosa di buono. E’ il motivo per cui hai scelto questo dottorato improbabile e continui ad esserne convinta anche adesso che siamo qui davanti al nulla, difatti non ti arrabbi, non domandi, ma semplicemente…aspetti.»

Elena avvertì di nuovo quella strana sensazione di polarizzazione. Santini sorrise di nuovo e cominciò a frugarsi nella tasca interna della giacca, ma sempre più preoccupato, prestando sempre meno attenzione alle parole che diceva. «Keme cosa è per la tua gente questa montagna? » Chiese al ragazzo che rimaneva pallido e rigido in piedi accanto a lui.

«Morte certa. La fine di tutto.» rispose lui.

«Tu credi che potresti trovare solo la morte, qui su?» chiese a Keme,  con freddezza chirurgica. Keme annui.

«Dualità» Santini guardò a turno Keme ed Elena. «Ti ho, Elena Falivo, detto quanto è cara alle Cose, no? » Continuava a frugarsi nella tasca.

«Tu, mio caro bel fiore di speranza, e Keme, la certezza della fine…» Santini cominciò a parlare tra i denti. «Ora manca solo… solo il sacrificio di un vecchio caprone spacciato, per permettere l’apertura del…»

 

«Esimio Santini, Serenissimo». Una voce polifonica e metallica, ultraterrena, risuonò nella testa di ciascuno dei presenti. Tutti si guardarono intorno atterriti.

Al centro del cratere fluttuava un’ombra iridescente che teneva in mano un antico pugnale di bronzo. Santini fissava l’arma sbalordito, e solo a quel punto fece cadere la mano fuori dalla tasca. Vuota. Sembrava molto confuso.

«Siamo desolati. Ma l’esperimento non può continuare.» la voce polifonica riprese. «C’è stato un terribile imprevisto».

scritto da Coccinella Euforica

Episodio 6

«Dovete allontanarvi, abbandonare la montagna» proseguì la voce, «la Suprema Entità delle Cose ha cambiato idea, non vuole più concludere l’accordo previsto. Allontanatevi se non volete finire sull’altare sacrificale al posto del caprone.»

Basiti ed impauriti, il professore e i due ragazzi cominciarono ad indietreggiare, alla ricerca di un riparo. Si rifugiarono in una sorta di conca rocciosa, dove un tempo doveva esserci stato un lago.

Elena era sempre più confusa, ne aveva abbastanza di tutta quella segretezza. Voleva sapere la verità una volta per tutte. Si fece coraggio, e facendo appello a tutta la sicurezza che possedeva si rivolse al professore in modo perentorio. «Ora basta» disse, «dovete dirmi cosa sta succedendo». Ma non appena finì di pronunciare tali parole, si rese conto che Santini era disteso a terra, quasi privo di coscienza.

«Dannazione», imprecò la ragazza, e rivolgendosi a Keme: «L’ultima cosa che voglio è rimanere bloccata in cima ad un vulcano per il resto dei miei giorni. Diamoci una mossa.»

Prese dalla tasca una bustina di biscotti, che portava sempre con sè a causa dei suoi problemi di pressione bassa. Fece bere dalla borraccia il professore e poi gli passò un biscotto, che contribuì a ridestarlo.

«Professore, l’ho seguita fin qui senza fare domande, mi sono fidata di lei nonostante tutto, ma ora me lo deve, deve darmi una spiegazione, altrimenti non so come portarla via da questo luogo. Non possiamo morire qui».

Il professore emise un lungo respiro, si appoggiò alla parete rocciosa e disse “Va bene, ti dirò tutto, ma devi promettermi che andrai fino in fondo a questa faccenda. Ho impiegato anni ad ottenere la fiducia della Suprema Entità delle Cose, era tutto pronto per l’esperimento. Non può saltare tutto all’ultimo senza un valido motivo.»

«La maggior parte della gente crede che gli alieni non siano mai stati sulla Terra, e il più delle volte vengono immaginati come omini verdi con le antenne. Ma non è affatto così. Forme di vita aliena coabitano con noi da secoli, stando bene attente a rimanere appartate e nell’ombra. Hanno scelto come dimora il vulcano Bagana, che con il tempo ha assunto per loro una potente sacralità. Tali forme aliene, che ho definito “Cose” dal momento che nessuno sa effettivamente che aspetto abbiano, si sono messe in contatto con me qualche anno fa, dopo essere venute a conoscenza dei miei studi circa forme di vita non umane sulla Terra. Abbiamo fatto un accordo. Mi hanno offerto la possibilità di prelevare un campione delle loro cellule, così da portare avanti i miei studi.»

«Ma è fantastico!» commentò Elena in preda all’entusiasmo. «Con una scoperta del genere il Nobel è assicurato!»

La studentessa già si vedeva con il premio tra le mani, a coronare il suo sogno di una vita, dimostrando finalmente ai genitori che avevano avuto torto, che non avevano mai capito nulla della loro bambina e delle sue potenzialità.

Poi però il suo volto si oscurò, l’entusiasmo svanì e un terribile timore prese il suo posto.

«Dunque…cosa vogliono in cambio le Cose da lei?”

Santini sogghignò, tra un colpo di tosse e un altro. «Ancora non ci sei arrivata? Pensaci bene…Il Duale…L’uomo e la donna, Adamo ed Eva…Tu, Elena Falivo, e Keme.»

Una terribile angoscia si impossessò di lei.

Dopo secoli di isolamento, le Cose volevano finalmente avviare il loro più grande esperimento: mescolarsi con la specie umana. Per farlo avevano necessariamente bisogno di un uomo e una donna, perchè sapevano che era così che gli uomini portavano avanti la loro specie.

Il professor Santini non si era fatto scrupoli, finalmente aveva trovato le persone giuste da incastrare in questo folle e spettacolare esperimento. Era ad un passo dalla vittoria quando le Cose si erano tirate indietro senza spiegazioni, in tono minaccioso.

Ora una grande disperazione si stava impossessando di quest’uomo, che per una vita intera non aveva fatto altro che dedicarsi esclusivamente alle sue ricerche scientifiche, trascurando tutto il resto.

scritto da Cincillà Vanitoso

Episodio 7

Doveva assolutamente ottenere un dialogo con la Suprema Entità delle Cose, convincerla nuovamente della bontà delle proprie intenzioni e del successo che l’esperimento avrebbe avuto. Cosa poteva essere cambiato da quando si erano accordati?

Il professor Santini non riusciva a riflettere lucidamente, era troppo stanco e provato fisicamente. La sua unica speranza era che i ragazzi che aveva scelto fossero in grado di proseguire senza di lui.

Guardava alternamente ora Elena ora Keme, confidando nel fatto che almeno uno dei due avrebbe saputo cosa fare.

Anche Keme lo guardava, ma aveva uno sguardo interrogativo, di chi attendeva ansioso delle istruzioni da eseguire fedelmente.

«Accidenti» borbottò Santini, quel ragazzo era un perfetto esecutore, ma non era mai stato una mente brillante, non era mai riuscito a sorprenderlo.

Guardò allora Elena. Fissava il vuoto, terrorizzata ed impotente.

Il professore capì che spettava a lui prendere in mano la situazione, di nuovo.

Avrebbe dovuto fare un discorso persuasivo, aprire una breccia nell’animo dei due prescelti.

Sì, avrebbe spiegato loro perché portare a termine quella missione gli stesse così a cuore, se solo avesse trovato le parole giuste, se solo fosse riuscito a comunicare veramente con loro.

Le relazioni interpersonali non erano mai state il suo forte, le trovava inutilmente complesse e faticose, impossibili da studiare attraverso equazioni, formule e strumenti scientifici.

Era questo il motivo per il quale aveva deciso di rivolgere tutte le proprie energie allo studio della scienza. La scienza non mentiva mai, una volta compresa una legge alla base di un qualsiasi fenomeno, si era sempre in grado di riprodurlo, lo si poteva comprendere e modellizzare.

Nelle relazioni sociali non era possibile affidarsi ad alcun tipo di modello.

Il professor Santini però non aveva avuto altra scelta, aveva dovuto affidarsi ad altri due esseri umani per dimostrare l’autenticità e l’importanza delle sue scoperte.

Di Keme si fidava, il ragazzo gli doveva tutto e lui l’aveva preparato a questo momento fin da quando era solo un bambino.

Ma poteva fidarsi di Elena?

Fino a quel momento Il suo piano gli era sembrato infallibile.

 

Dopo aver scoperto le Cose a Parigi, o forse sarebbe più corretto dire che erano state le Cose a scoprire lui, era tornato in Italia, aveva ottenuto la cattedra per quel dottorato ed era riuscito a far sì che fosse una ragazza a seguirlo.

Era stato sufficiente pronunciare a voce alta il suo nome durante quella prima ed unica lezione ed Elena era stata subito ammaliata da lui e da quella pericolosa avventura.

Ma ora cosa avrebbe fatto Elena?

Mentre il Professor Santini si tormentava con questi pensieri, lo sguardo di Elena si illuminò. «Dobbiamo trovare un’altra donna. È vero, io e Keme ci compensiamo, siamo l’uno l’opposto dell’altra in tutto, ma siamo entrambi giovani e inesperti della vita».

Mentre pronunciava quelle parole aveva guardato timidamente Keme, le stava sorridendo.

Ripensò per un istante al suo ex fidanzato, erano così simili. Avevano frequentato gli stessi ambienti, le stesse persone, visto gli stessi film e letto gli stessi libri. Forse è per questo che le cose non erano andate bene tra loro, non era stata colpa dell’Astronomia, probabilmente non sapevano più come stupirsi e meravigliarsi a vicenda.

Magari con Keme avrebbe potuto costruire qualcosa di diverso.

Il professore intuì che i pensieri della ragazza avevano preso un’altra direzione e si affrettò a riportarla a quella assurda realtà.

«Stai dicendo che io sono un vecchio e quindi serve un’altra vecchia?» chiese con un tono fintamente offeso.

Elena arrossì.

Keme prese la parola come per difenderla: «Sta solo dicendo che una volta che le Cose si saranno mescolate con la nostra specie grazie a me e Elena non sapranno cosa fare per vivere nel nostro mondo, come d’altra parte non lo sappiamo nemmeno noi».

Il professore finalmente capì.

Era stato uno sciocco, era facilmente prevedibile che per procedere sarebbe stata necessaria anche una coppia di adulti, di professionisti affermati, di persone con più esperienza di quei due ragazzi. Ma dove avrebbero trovato una donna del suo calibro, ma allo stesso tempo a lui opposta, per continuare la missione?

Come se gli stesse leggendo nel pensiero Elena lo rassicurò dicendo che

l’indomani lei e Keme sarebbero tornati indietro alla ricerca di una donna, dopodiché si sarebbero avventurati nel cratere.

Il professore si tranquillizzò, finalmente sembravano avere un piano.

Decisero di cercare un posto più riparato dove trascorrere la notte.

 

 

«Cosa diavolo ci fa lui in Papua Nuova Guinea?»

Giacomo era in evidente stato di agitazione.

Si era comportato da vigliacco, come aveva potuto permettere che uno stupido dado decidesse per lui?

Era sicuro che le teorie del professore fossero più che fondate, allora perché non si era proposto fin da subito per seguirlo?

Aveva più paura di quanto gli piacesse ammettere.

Eppure a vederlo nessuno avrebbe mai pensato che quel ragazzone potesse spaventarsi facilmente. Era alto circa un metro e novanta, e nel corso degli anni aveva ottenuto un fisico muscoloso e scolpito grazie ad un particolare allenamento di arrampicata alla fune che praticava in una palestra di Crossfit di un suo amico di infanzia.

Dopo la prima lezione Giacomo era tornato a casa confuso e deluso da sé. Anche lui aveva fatto sacrifici per arrivare fin lì e non era corretto nei propri confronti tirarsi indietro in quel modo.

Così si era deciso a seguire Elena.

Si era presentato anche lui all’appuntamento davanti Voglia di Pizza e la spiava dall’interno della sua Ford Fiesta nera.

I minuti passavano e il professore non arrivava, a Giacomo venne in mente che il professore potesse aver tirato uno scherzo di cattivo gusto.

Ma certo, si disse, in tutte le scuole di ogni ordine e grado le matricole sono vittime di scherzi. In parte rincuorato da quella spiegazione, riaccese il motore della macchina per tornare verso casa.

Fu allora che Santini comparve.

Lo vide scambiarsi qualche parola con la ragazza, che con aria titubante salì nella sua auto e partirono.

Dopo qualche secondo di esitazione, Giacomo partì a sua volta.

Dopo ore di viaggio raggiunse l’aeroporto di Fiumicino, e sempre tenendosi abbastanza vicino in modo da spiare ogni loro movimento ma abbastanza lontano per non essere visto, li vide comprare due biglietti per Singapore.

A quel punto il ragazzo era più disorientato che mai, aveva letto con attenzione tutte le ricerche del professore e Singapore non veniva mai menzionata, ne era certo.

Giacomo aveva inoltre notato che Elena ed il professore si erano disfatti di tutti i loro dispositivi elettronici. Cosa stavano combinando quei due?

Era arrivato fin lì, non poteva più tirarsi indietro. Doveva sapere.

Comprò un biglietto per Singapore e si diresse anche lui al gate 24 cercando di mimetizzarsi con gli altri viaggiatori.

Sperava di dormire durante il viaggio ma non ci riuscì, continuava a tenere d’occhio Elena ed il professor Santini, seduti qualche sedile più avanti.

Per tutto il viaggio si tormentò sul da farsi una volta atterrato.

La cosa più razionale da fare sarebbe stata chiamare l’Università e avvisare il rettore di quel viaggio che decisamente esulava dal programma di dottorato.

Giacomo comprese rapidamente che questo avrebbe posto fine alle ricerche di Santini e di conseguenza alla sua possibilità di scoprire qualcosa di davvero significativo, che avrebbe cambiato la vita di tutti.

Quando l’aereo atterrò aveva deciso: avrebbe continuato a seguirli senza avvisare nessuno.

Giunto a Singapore, si accorse con grande disappunto che quello era solo l’inizio del viaggio. Vide infatti il professore comprare due biglietti per Brisbane e due per Port Moserby.

Come se fosse la cosa più normale del mondo, Giacomo lo imitò.

Dopo interminabili ore di volo, giunsero finalmente in Papua Nuova Guinea.

Giacomo era stravolto, aveva gli arti inferiori intorpiditi ed ancora incredulo su ciò che gli stesse capitando.

Sceso dall’aereo, vide che i due si dirigevano verso un ragazzo.

Giacomo sgranò gli occhi. Forse il lungo viaggio e la mancanza di sonno gli stavano facendo perdere colpi.

Guardò meglio, ma non si era sbagliato.

Ad accogliere il professore e la ragazza c’era Andrea, un ragazzo che aveva conosciuto in palestra qualche tempo prima.

«Cosa diavolo ci fa lui in Papua Nuova Guinea?» ripeté, «e perché è conciato così?» .

Giacomo li aveva seguiti per il resto del viaggio, e ora era lì, nascosto tra la vegetazione e in cima al vulcano, ad osservarli alla luce della Luna, mentre riposavano nei loro sacchi a pelo.

Si avvicinò senza fare rumore, nascosto nelle tenebre, finché non fu in grado di sentire le loro voci che discutevano nella notte.

scritto da Polipo Rosa

 

Episodio 8

«Vi servirà la mia pistola», disse il professore.

Elena ebbe un sussulto. «Una pistola? E perché mai?».

«Come pensate di procurarvi una donna senza una pistola?», rispose Santini. «Pensate che basterà scendere in paese per trovare una bella aborigena pronta a congiungersi con gli alieni? Magari spiegandogli anni e anni di ricerca scientifica in una lingua che nemmeno conoscete? No, se non vuoi essere tu a sacrificarti, Elena, dovrai rimediare una donna e portarla qui sù. Gli alieni erano stati chiari su quel che volevano, una femmina e un maschio con cui congiungersi, e questo gli daremo, anche se sembrerebbe che ci abbiano ripensato.»

Elena era sconvolta. Finalmente aveva realizzato la vera natura del piano del professore. Lei era soltanto una vittima sacrificale, merce di scambio per ottenere le cellule di cui Santini aveva bisogna per dimostrare l’esistenza degli alieni. Guardò Keme, cercando segnali di altrettanta incredulità. Il ragazzo era silenzioso, il suo sguardo severo. Evidentemente conosceva il piano dall’inizio, ed era d’accordo.

«Queste cose…» domandò Elena, «… cosa vogliono farmi esattamente?».

Il professore rimase qualche istante in silenzio, poi rispose: «Non lo so con precisione. Ho provato a tradurre i loro messaggi, ma credo di averne colto solamente il senso generale. A quanto pare aiuteranno tu e Keme ad avere un figlio, e studieranno il concepimento, la gestazione e la nascita, per imparare di più sulla specie umana. Quel che succederà dopo non è chiaro, forse terranno il bambino con loro.»

Elena era sconvolta. Tutto ciò era terribile, e ancora più orribile era la freddezza con cui il professore aveva illustrato il suo piano.

«Non ho alcuna intenzione di farlo», disse,«e… non rapirò nessuna donna… per voi…».

Mentre la sua voce si faceva più debole, il professore ghignò: «Tranquilla, lo immaginavo.»

Elena voleva rispondere, esprimere il suo orrore e poi scappare via, ma improvvisamente si accorse di non avere la forza nemmeno per aprire la bocca. Le si annebbiò la vista, le cominciò a girare la testa e perse lentamente i sensi, vittima del sonnifero che le era stato messo nella borraccia.

Il sole battente la costrinse ad aprire gli occhi. Si svegliò con il viso rivolto verso il cielo. Era legata come un salame con due grosse funi. Keme le si avvicinò e la costrinse a bere dell’acqua. «È ora di scendere la scalinata, tesoro. Andiamo a convincere gli alieni a tener fede al loro patto.»

scritto da Coccodrillo Satanico

Episodio 9

Quelle scale sembravano condurre Elena all’inferno. La paura l’aveva sopraffatta, e le mancavano le energie per scappare. Mentre credeva che tutto fosse perduto, vide Giacomo avvicinarsi pericolosamente a loro con un’arma. Elena credeva di avere le visioni a causa del sonnifero che le era stato somministrato, e tanto fu lo sgomento che perse nuovamente i sensi.

Così Giacomo, che aveva attentamente seguito tutti gli sviluppi della vicenda, capì che la vita di Elena fosse in pericolo, e trovò un modo per comunicare con Keme.

Abilmente Keme si era mostrato favorevole a quanto stava accadendo a causa di Santini, ma in realtà era costretto ad essere suo complice in quanto sua madre e sua sorella erano state prese in ostaggio. Santini lo aveva minacciato: «Se non mi aiuterai a condurre Elena giù per le scale del Sacro Vulcano, al posto suo ci saranno le donne per te più importanti». Sapeva che la sua famiglia fosse in pericolo, e la presenza di Giacomo in Papua Nuova Guinea sembrava un segno del destino. Decise quindi di allearsi con lui studiando un piano molto dettagliato che coinvolgeva anche Borut, un suo fidato amico, che non volle esporre ai rischi troppo alti di fallire prima dell’arrivo di Giacomo. Infatti nonostante Borut fosse un nato combattente specializzato in tiri di precisione, si dovette ritirare dalla guerra civile per un grave infortunio alle gambe, e non era quindi in grado di aiutare Keme da solo. Borut però sarebbe stato il protagonista dell’articolato piano dei giovani.

Mentre Giacomo colpì il professore alla nuca, un avviso tramite una trasmittente satellitare arrivò nella capanna in una piccolissima isola dell’arcipelago Solomon, con l’ordine di portare le due donne nel vulcano. A sorvegliarle c’erano due mercenari, pagati da Santini per eseguire l’indegno compito in caso di emergenza. Quello che non sapevano è che Borut era lì, nascosto tra i cespugli, equipaggiato delle più sofisticate tecnologie importate dall’Europa per colpire i due mercenari e mettere fine a questa folle avventura. Il cecchino riuscì nel suo intento, e avvisò Keme e Giacomo intercettando il segnale tra Santini e i mercenari. La missione era compiuta, il perverso piano del professore fu sventato.

scritto da Delfino Azzurro

Episodio 10

Uno smisurato numero di chilometri più in basso di dove Keme tirava un sospiro di sollievo, due Cose guardavano con assoluta disapprovazione una terza consimile: un ipotetico osservatore umano non avrebbe visto null’altro nel terzetto che tre macchie lattiginose una di fianco all’altra, ma per un’altra Cosa, la situazione sarebbe stata molto chiara: qualcuno era in grossi guai.

«Bravo. Bravo davvero Skhbhdyj!»

Diceva acidula la macchia più densa, vibrando come un budino d’avena.

Il bersaglio di tanta acrimonia era la macchia iridescente nel centro,

Skhbhdyj, risolta ormai la necessità di comunicare con gli umani, si risparmiava lo sforzo di darsi profili umanoidi, ed era tornato nel frattempo alla sua forma naturale,  assolutamente inafferrabile. Mentre veniva sgridato, faceva lo gnorri guardando in giro con i suoi non-occhi onnidiffusi sul suo corpo non-corpo, girando per aria il pugnale sottratto a Santini.

«Quokkish non metterti a bollire…»

La terza Cosa aveva una vocina asfittica e ogni tanto tentava di fare da paciere tra gli altri due.

Quokkish imperterrito continuava a torchiare Skhbhdyj, che stava diventando di tutte quante le sfumature del viola, come una palla da discoteca.

«Ma insomma altri cinque sversek (cinquecento anni umani), che vi cambiano altri cinque svervek!»

Skhbhdyj trovò alla fine il coraggio di dire, lampeggiando tenuemente:

«Solo un altro pochino, io mi sto divertendo, è stato divertente pensare a come fargli venire voglia di arrivare fino a noi, non possiamo farlo finire portando a termine l’ibridazione, dai!»

Un istante dopo dovette appiattirsi per terra perchè Quokkish, spalancandosi a metà come il Mar Rosso, aveva appena tentato di inghiottirselo con rabbia in un boccone poltiglioso.

«Ma tu sei tutto scemo! Io ho una famiglia, un lavoro, un mutuo!» Ora Quokkish stava bollendo sul serio, e Shisshis, la terza Cosa, si allontanava lemme lemme sconfitto.

«Pensa a come ti sei divertito  a trovare un modo per farli scendere dagli alberi, Quokkish! Il senso della religiosità e dell’adorazione per i posti che andavano verso il cielo è stata una trovata geniale, geniale per fare in modo che volessero venire ad esplorare il vulcano per architettare i primi incontri»

«Non adularmi maledetto!»

«E’ stato… è stato un capolavoro come sei riuscito a ispirargli quella cosa che dovevano sacrificare qualcuno  per  non fare eruttare il vulcano portandocelo qua sopra, così prima o poi  ci davano sia il  maschio che la femmina, tutto… tutto veramente bellissimo,  non vorresti farlo ancora?

«CERTO CHE ERA UN CAPOLAVORO E TU L’HAI ROVINATO PROPRIO COME ADESSO PERCHE’ VOLEVI ANCORA GIOCARE!» A questo punto Quokkissh stava rotolando dietro a Skhbhdyj per tutta la caldera, e Skhbdyj fischiava di terrore.

«Duemila anni, duemila anni umani ci abbiamo messo a farli tornare sul Vulcano dopo la prima volta che li hai spaventati così!  Abbiamo dovuto aspettare che si chiudesse il ciclo della superstizione, che era andato così bene, maledetto, e iniziasse quello della scienza! Cent’anni di calcoli per far nascere lo scienziato giusto!»

Shisshis, mentre gli altri due erano impegnati tra loro, si mise a sbrigare le incombenze pratiche, tingendosi di una triste colorazione verde moccio, pronto a far ripartire tutto il processo.

Quokkish era fuori di sè ed urlava in “Cosese” «Io non lo rifaccio tutto da capo, io non ci rimango ancora bloccato qui ad ammazzarmi di pizzichi ad aspettare che questi maturino di nuovo una motivazione viscerale per venire quassù e si offrano, come è necessario offrano per compiere l’ibridazione! Io non me lo rifaccio il c-…»

«Linguaggio  Quokkish!!» Shisshis  s’indignò.

Approfittando della distrazione di Quokkish, Skhbhdyj scappò a rintanarsi sotto alla pirami-nave, il  vascello in metallo ultraterreno che le Cose avevano usato ere geologiche prima per atterrare sulla terra e attorno a cui si era creato il vulcano.

Quokkish lentamente ritrovò la calma, si rimise insieme, compattato e fermo, e si girò.

«Quokkish non essere così duro con lui, dai.. Lo sai che non si è mai ripreso dal divorzio» Cominciò Shisshis «Anche tu non vorresti tornare a casa se non avessi niente ad aspettarti. Una vacanzina un po’ più prolungata lontano dai ragazzi farà bene anche a te, via.  Dai vatti a fare una passeggiata, vai a guardarti l’Aurora Boreale che mi dici sempre che ti ricorda casa, io intanto qua faccio partire il risveglio Vulcano, questa copertura ormai è troppo vecchia, stavolta magari cerca di ascoltare di più i suggerimenti di Skhbhdyj quando te li dà, così si diverte, rimane soddisfatto e non fa più brutti scherzi per fare un altro giro eh?»

Quokkish, comunque poco felice, si allontanò brontolando, lanciò un’occhiata assassina a Skhbhdyj rintanato sotto l’astronave, si appallottolò e si proiettò fuori dal vulcano, per andare a sbollire in santa pace.

Keme non aveva nemmeno finito di espirare il suo respiro di sollievo, Elena non aveva nemmeno avuto il tempo di chiedere “Che ci fai qui?” a Giacomo…che la terra sotto i loro piedi tremava. Santini rinvenne. Si guardarono tutti quanti un istante, fermi sul cratere del vulcano che minacciava di inghiottirseli da un momento all’altro. Un battito di ciglia dopo invece, si ritrovarono al polo sud, completamente fradici di una strana poltiglia bianca che come se fosse senziente tentava di ricomporsi tutta in un punto, facendo degli strani rumori estremamente affini al suono di una nutrita sequela di parolacce.

I nostri eroi si erano accidentalmente trovati sulla traiettoria di proiezione di Quokkish, che proiettandosi fuori dal vulcano…. aveva finito con incollarseli e trasportarli in un fanta secondo lontani dal Vulcano,che esplodeva.

scritto da Coccinella Euforica

 

Ed eccoci giunti alla fine della nostra storia, caro lettore.

“Alla fine della storia?” ti domanderai con stupore. Proprio così.

Nonostante la complessità e l’apparente insolubilità della vicenda, tutto ciò che accadde in seguito ai nostri eroi fu molto più semplice del previsto.

Spesso infatti impieghiamo più tempo a ingarbugliare e a ingigantire le questioni di quanto non facciamo per risolverle.

Fu così che dopo millenni di ricerche, studi, manipolazioni dell’umanità da parte delle Cose, la sorte del pianeta Terra si risolse in meno di un’ora.

Suppongo che ora tu sia confuso quanto me, caro lettore. Non è stato facile narrare questa storia nemmeno per la sottoscritta, scrittrice professionista. Sono certa che ora mi rinfaccerai delle incongruenze, dei vuoti di trama, delle mancanze elementari. Ma non è forse così la vita stessa? Incongruente, incredibile, misteriosa?

Tralasciamo le riflessioni filosofiche e andiamo avanti, so che non vedi l’ora di sapere cosa accadde dopo l’esplosione del vulcano.

 

Nessuno sa di preciso cosa successe in quel breve momento in cui Santini, Elena e Giacomo si ritrovarono al Polo Nord faccia a faccia con Quokkish, una Cosa molliccia e piuttosto alterata, elemento che ci fa subito constatare che sì, anche le Cose hanno dei sentimenti.

Tutto ciò che sappiamo è che il professore e i due ragazzi furono portati indietro da Quokkish, mosso da grande pietà nel vedere gli effetti gravosi che lo sbalzo climatico aveva prodotto sugli esseri umani, come riferì la Cosa stessa alla stampa.

Pochi minuti dopo l’esplosione e il viaggio al Polo, Elena, Santini e Giacomo si trovavano all’interno del vulcano, ricoverati e al tempo stesso studiati dagli alieni.

Rimasero lì dentro per pochi minuti, ma che per le Cose furono anni, avendo una percezione temporale differente dalla nostra. Quei pochi minuti infatti bastarono loro per completare gli studi sul corpo e la mente umana, incrementando ancora di più il loro sapere e la loro intelligenza.

Fu straordinario come, nel momento in cui presso il vulcano accorsero scienziati, astronomi e giornalisti da ogni parte del mondo, le Cose avevano già prodotto un archivio di conoscenza che anni dopo sarebbe stato funzionale alla colonizzazione della via Lattea da parte dei Falivoshi, specie vivente nata dall’incrocio tra le Cose e gli umani.

Come si era premurato fin dall’inizio Santini, il piano segreto era rimasto tale, ma non era così circoscritto e limitato a lui come pensavano Elena e gli altri studenti, bensì coinvolgeva scienziati e giornalisti di tutto il mondo, accuratamente protetti dalle autorità nazionali.

Una fitta rete di specialisti si estendeva sulla Terra e seguiva silenziosamente i passi di Santini.

Tutto ciò che accadde in seguito all’incontro ravvicinato tra questi uomini e le Cose fu storia. Nessuna battaglia all’ultimo sangue, nessuna lotta tra specie, ma soltanto un grande, emozionante, inenarrabile abbraccio reciproco. Guardandosi negli occhi, uomini e Cose avevano subito compreso di essere indissolubilmente destinati a fare qualcosa di incredibile.

Non ci furono costrizioni, esortazioni o rapimenti: furono Giacomo ed Elena stessi a farsi avanti, i nostri Adamo ed Eva. Da loro nacque la stirpe dei Falivoshi, la nostra stirpe, caro lettore, ed è soltanto grazie a loro se oggi possiamo godere di questo meraviglioso pianeta nel quale viviamo.

“Ma che fine fece Santini?” Ti starai chiedendo sicuramente. Fu sorprendente come guarì dopo il ricovero nel vulcano. Le Cose, grazie alla loro conoscenza, in pochissimo tempo riuscirono a trovare una cura a quel male terribile. Certo, con qualche controindicazione.

Le ultime persone che hanno visto il professore si domandano ancora perchè, bhe, sembrasse così “molliccio”.

Dopo questo formidabile viaggio Santini decise di prendersi una pausa dall’astronomia e dal mondo accademico. Non è una notizia certa ma qualcuno ha affermato di averlo avvistato su una spiaggia delle Bahamas con gli occhiali da sole e una noce di cocco in mano.

In fondo non era mai stato un uomo veramente cattivo. Certo, aveva trascinato i suoi studenti in un viaggio potenzialmente mortale, aveva convinto Keme a spacciarsi per un’altra persona e ad andare in palestra solo per raccogliere informazioni sul suo futuro dottorando, aveva persino fatto rapire la madre e la sorella pur di realizzare il suo sogno scientifico, ma ad oggi noi Falivoshi sappiamo che senza di lui non saremmo qui a raccontare a figli e nipoti le nostre origini.

Di Keme si persero completamente le tracce, oggi sappiamo della sua esistenza soltanto grazie alla trasmissione orale e al ritrovamento di una fotografia che lo vede con un paio di occhiali da sole e con una noce di cocco accanto a Santini.

E cosa dire di Elena, la nostra Elena. timida ma forte, silenziosa ma estremamente ambiziosa. Inutile dire che coronò il suo sogno più grande, quel Nobel che aveva sempre bramato. I rapporti con i genitori non migliorarono fino a che non ebbero finalmente la possibilità di conoscere i loro nipotini. Certo, rimasero di stucco nello scoprire che a soli 3 mesi riuscivano a risolvere la congettura di Gilbreath e che potevano viaggiare da un continente all’altro semplicemente battendo le palpebre. Ma si sa, per i nonni i nipoti sono sempre i numeri uno.

Spiegare come i discendenti di Elena abbiano fatto in poco tempo ad esplorare la via Lattea e a colonizzarla richiederebbe molto altro tempo e almeno un sequel, quindi per ora direi di fermarci qui, mio caro lettore, con la speranza di aver chiarito per quanto possibile le origine della nostra stirpe, il popolo dei Falivoshi.

scritto da Cincillà Vanitoso

One comment on “Un dottorato alienante – Scrittura creativa di gruppo

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