Un dottorato alienante – Episodio 5

Sbarcati, Keme, Santini ed Elena intrapresero immediatamente la risalita del  vulcano.

«Non saremo mostruosamente visibili, una volta sul crinale?» obiettò Elena, pensando alle bande armate che infestavano l’isola.

«Il Vulcano è sicuro» assicurò Keme, «Bagana è una montagna sacra» aggiunse. C’era una nota triste ed amara nella sua voce.

Presto la marcia serrata presentò il conto al fisico malato dell’accademico.

Keme accomodò con cura il padrino perchè potesse riposare, convincendolo a fare una pausa, poi raggiunse Elena che si godeva il paesaggio.

Alle loro spalle il professore si lamentava  nel dormiveglia.

«Sta morendo, vero? Ho visto come gli tenevi le mani, mentre lo persuadevi»

Keme annuì sospirando. Continuava a guardare  la piana.

Seguendo la traiettoria del suo sguardo Elena notò  che stava fissando una camionetta ferma  alle pendici del monte: gli uomini sul cassone sembravano guardarli, sull’attenti. Elena s’irrigidì pronta a nascondersi ma Keme rimaneva calmo.

«Sull’isola è cosa nota: chi mette piede su Bagana non farà ritorno. Non temere, non sprecherebbero mai munizioni su di noi.»

Sollevando una colonna di polvere, la camionetta si allontanò rapida nella giungla.

Appena il professore si fu svegliato, cominciarono la scalata: dovettero affrontare molti passaggi difficili, ma grazie alla sapiente guida di Keme, esperto di roccia,  la vetta fu conquistata.

Giunti in cima, Santini si sedette presso il bordo del grande cratere e si accese un sigaro. «Elena Falivo» chiamò sogghignando. «Allora? Non dici niente?  Il tuo professore di astronomia ti porta a sorpresa dall’altra parte del mondo a caccia di misteriose entità nel ventre della terra, e tu per tutto il viaggio non gli fai una sola domanda? Nemmeno ora… » parlando, il professore indicò il desolato paesaggio in cui si trovavano, privo di alcuna traccia della fantomatica scalinata nera. «Nemmeno ora, dico, pensi a chiedermi nulla?»

Elena provò a parlare ma il professore la precedette.

«No, certo: tu hai fede.» Santini annuì gravemente. «Ed è esattamente  ciò per  cui sei stata scelta.  Non hai notato la peculiarità dei test d’ingresso per il dottorato? Vi ho selezionati con estrema cura, ho dovuto fare calcoli  e considerare statistiche molto sottili». Santini spense in terra il sigaro «Giovani pieni di talento, menti brillanti, ma, soprattutto individui capaci di mantenere  nel cuore e nell’intelletto quel piccolo, immenso spazio vuoto che può ospitare l’Imponderabile… l’unico requisito indispensabile per essere una delle due  metà che discende nel grande Dogma della Scalinata Nera.» Il professore si pulì le mani dalla cenere, fregandosi poi il mento. «Tu mi hai pienamente dimostrato che sono stato impeccabile nella mia valutazione.»

«Già. Sei convinta. Tu hai fede. Ovunque io ti porterò, in qualche modo ci sarà comunque un futuro migliore, per te,  qualcosa che cambierà le cose in meglio,che ti porterà qualcosa di buono. E’ il motivo per cui hai scelto questo dottorato improbabile e continui ad esserne convinta anche adesso che siamo qui davanti al nulla, difatti non ti arrabbi, non domandi, ma semplicemente…aspetti.»

Elena avvertì di nuovo quella strana sensazione di polarizzazione. Santini sorrise di nuovo e cominciò a frugarsi nella tasca interna della giacca, ma sempre più preoccupato, prestando sempre meno attenzione alle parole che diceva. «Keme cosa è per la tua gente questa montagna? » Chiese al ragazzo che rimaneva pallido e rigido in piedi accanto a lui.

«Morte certa. La fine di tutto.» rispose lui.

«Tu credi che potresti trovare solo la morte, qui su?» chiese a Keme,  con freddezza chirurgica. Keme annui.

«Dualità» Santini guardò a turno Keme ed Elena. «Ti ho, Elena Falivo, detto quanto è cara alle Cose, no? » Continuava a frugarsi nella tasca.

«Tu, mio caro bel fiore di speranza, e Keme, la certezza della fine…» Santini cominciò a parlare tra i denti. «Ora manca solo… solo il sacrificio di un vecchio caprone spacciato, per permettere l’apertura del…»

 

«Esimio Santini, Serenissimo». Una voce polifonica e metallica, ultraterrena, risuonò nella testa di ciascuno dei presenti. Tutti si guardarono intorno atterriti.

Al centro del cratere fluttuava un’ombra iridescente che teneva in mano un antico pugnale di bronzo. Santini fissava l’arma sbalordito, e solo a quel punto fece cadere la mano fuori dalla tasca. Vuota. Sembrava molto confuso.

«Siamo desolati. Ma l’esperimento non può continuare.» la voce polifonica riprese. «C’è stato un terribile imprevisto».

 

scritto da Coccinella Euforica

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