Un dottorato alienante – Episodio 7

Doveva assolutamente ottenere un dialogo con la Suprema Entità delle Cose, convincerla nuovamente della bontà delle proprie intenzioni e del successo che l’esperimento avrebbe avuto. Cosa poteva essere cambiato da quando si erano accordati?

Il professor Santini non riusciva a riflettere lucidamente, era troppo stanco e provato fisicamente. La sua unica speranza era che i ragazzi che aveva scelto fossero in grado di proseguire senza di lui.

Guardava alternamente ora Elena ora Keme, confidando nel fatto che almeno uno dei due avrebbe saputo cosa fare.

Anche Keme lo guardava, ma aveva uno sguardo interrogativo, di chi attendeva ansioso delle istruzioni da eseguire fedelmente.

«Accidenti» borbottò Santini, quel ragazzo era un perfetto esecutore, ma non era mai stato una mente brillante, non era mai riuscito a sorprenderlo.

Guardò allora Elena. Fissava il vuoto, terrorizzata ed impotente.

Il professore capì che spettava a lui prendere in mano la situazione, di nuovo.

Avrebbe dovuto fare un discorso persuasivo, aprire una breccia nell’animo dei due prescelti.

Sì, avrebbe spiegato loro perché portare a termine quella missione gli stesse così a cuore, se solo avesse trovato le parole giuste, se solo fosse riuscito a comunicare veramente con loro.

Le relazioni interpersonali non erano mai state il suo forte, le trovava inutilmente complesse e faticose, impossibili da studiare attraverso equazioni, formule e strumenti scientifici.

Era questo il motivo per il quale aveva deciso di rivolgere tutte le proprie energie allo studio della scienza. La scienza non mentiva mai, una volta compresa una legge alla base di un qualsiasi fenomeno, si era sempre in grado di riprodurlo, lo si poteva comprendere e modellizzare.

Nelle relazioni sociali non era possibile affidarsi ad alcun tipo di modello.

Il professor Santini però non aveva avuto altra scelta, aveva dovuto affidarsi ad altri due esseri umani per dimostrare l’autenticità e l’importanza delle sue scoperte.

Di Keme si fidava, il ragazzo gli doveva tutto e lui l’aveva preparato a questo momento fin da quando era solo un bambino.

Ma poteva fidarsi di Elena?

Fino a quel momento Il suo piano gli era sembrato infallibile.

 

Dopo aver scoperto le Cose a Parigi, o forse sarebbe più corretto dire che erano state le Cose a scoprire lui, era tornato in Italia, aveva ottenuto la cattedra per quel dottorato ed era riuscito a far sì che fosse una ragazza a seguirlo.

Era stato sufficiente pronunciare a voce alta il suo nome durante quella prima ed unica lezione ed Elena era stata subito ammaliata da lui e da quella pericolosa avventura.

Ma ora cosa avrebbe fatto Elena?

Mentre il Professor Santini si tormentava con questi pensieri, lo sguardo di Elena si illuminò. «Dobbiamo trovare un’altra donna. È vero, io e Keme ci compensiamo, siamo l’uno l’opposto dell’altra in tutto, ma siamo entrambi giovani e inesperti della vita».

Mentre pronunciava quelle parole aveva guardato timidamente Keme, le stava sorridendo.

Ripensò per un istante al suo ex fidanzato, erano così simili. Avevano frequentato gli stessi ambienti, le stesse persone, visto gli stessi film e letto gli stessi libri. Forse è per questo che le cose non erano andate bene tra loro, non era stata colpa dell’Astronomia, probabilmente non sapevano più come stupirsi e meravigliarsi a vicenda.

Magari con Keme avrebbe potuto costruire qualcosa di diverso.

Il professore intuì che i pensieri della ragazza avevano preso un’altra direzione e si affrettò a riportarla a quella assurda realtà.

«Stai dicendo che io sono un vecchio e quindi serve un’altra vecchia?» chiese con un tono fintamente offeso.

Elena arrossì.

Keme prese la parola come per difenderla: «Sta solo dicendo che una volta che le Cose si saranno mescolate con la nostra specie grazie a me e Elena non sapranno cosa fare per vivere nel nostro mondo, come d’altra parte non lo sappiamo nemmeno noi».

Il professore finalmente capì.

Era stato uno sciocco, era facilmente prevedibile che per procedere sarebbe stata necessaria anche una coppia di adulti, di professionisti affermati, di persone con più esperienza di quei due ragazzi. Ma dove avrebbero trovato una donna del suo calibro, ma allo stesso tempo a lui opposta, per continuare la missione?

Come se gli stesse leggendo nel pensiero Elena lo rassicurò dicendo che

l’indomani lei e Keme sarebbero tornati indietro alla ricerca di una donna, dopodiché si sarebbero avventurati nel cratere.

Il professore si tranquillizzò, finalmente sembravano avere un piano.

Decisero di cercare un posto più riparato dove trascorrere la notte.

 

 

«Cosa diavolo ci fa lui in Papua Nuova Guinea?»

Giacomo era in evidente stato di agitazione.

Si era comportato da vigliacco, come aveva potuto permettere che uno stupido dado decidesse per lui?

Era sicuro che le teorie del professore fossero più che fondate, allora perché non si era proposto fin da subito per seguirlo?

Aveva più paura di quanto gli piacesse ammettere.

Eppure a vederlo nessuno avrebbe mai pensato che quel ragazzone potesse spaventarsi facilmente. Era alto circa un metro e novanta, e nel corso degli anni aveva ottenuto un fisico muscoloso e scolpito grazie ad un particolare allenamento di arrampicata alla fune che praticava in una palestra di Crossfit di un suo amico di infanzia.

Dopo la prima lezione Giacomo era tornato a casa confuso e deluso da sé. Anche lui aveva fatto sacrifici per arrivare fin lì e non era corretto nei propri confronti tirarsi indietro in quel modo.

Così si era deciso a seguire Elena.

Si era presentato anche lui all’appuntamento davanti Voglia di Pizza e la spiava dall’interno della sua Ford Fiesta nera.

I minuti passavano e il professore non arrivava, a Giacomo venne in mente che il professore potesse aver tirato uno scherzo di cattivo gusto.

Ma certo, si disse, in tutte le scuole di ogni ordine e grado le matricole sono vittime di scherzi. In parte rincuorato da quella spiegazione, riaccese il motore della macchina per tornare verso casa.

Fu allora che Santini comparve.

Lo vide scambiarsi qualche parola con la ragazza, che con aria titubante salì nella sua auto e partirono.

Dopo qualche secondo di esitazione, Giacomo partì a sua volta.

Dopo ore di viaggio raggiunse l’aeroporto di Fiumicino, e sempre tenendosi abbastanza vicino in modo da spiare ogni loro movimento ma abbastanza lontano per non essere visto, li vide comprare due biglietti per Singapore.

A quel punto il ragazzo era più disorientato che mai, aveva letto con attenzione tutte le ricerche del professore e Singapore non veniva mai menzionata, ne era certo.

Giacomo aveva inoltre notato che Elena ed il professore si erano disfatti di tutti i loro dispositivi elettronici. Cosa stavano combinando quei due?

Era arrivato fin lì, non poteva più tirarsi indietro. Doveva sapere.

Comprò un biglietto per Singapore e si diresse anche lui al gate 24 cercando di mimetizzarsi con gli altri viaggiatori.

Sperava di dormire durante il viaggio ma non ci riuscì, continuava a tenere d’occhio Elena ed il professor Santini, seduti qualche sedile più avanti.

Per tutto il viaggio si tormentò sul da farsi una volta atterrato.

La cosa più razionale da fare sarebbe stata chiamare l’Università e avvisare il rettore di quel viaggio che decisamente esulava dal programma di dottorato.

Giacomo comprese rapidamente che questo avrebbe posto fine alle ricerche di Santini e di conseguenza alla sua possibilità di scoprire qualcosa di davvero significativo, che avrebbe cambiato la vita di tutti.

Quando l’aereo atterrò aveva deciso: avrebbe continuato a seguirli senza avvisare nessuno.

Giunto a Singapore, si accorse con grande disappunto che quello era solo l’inizio del viaggio. Vide infatti il professore comprare due biglietti per Brisbane e due per Port Moserby.

Come se fosse la cosa più normale del mondo, Giacomo lo imitò.

Dopo interminabili ore di volo, giunsero finalmente in Papua Nuova Guinea.

Giacomo era stravolto, aveva gli arti inferiori intorpiditi ed ancora incredulo su ciò che gli stesse capitando.

Sceso dall’aereo, vide che i due si dirigevano verso un ragazzo.

Giacomo sgranò gli occhi. Forse il lungo viaggio e la mancanza di sonno gli stavano facendo perdere colpi.

Guardò meglio, ma non si era sbagliato.

Ad accogliere il professore e la ragazza c’era Andrea, un ragazzo che aveva conosciuto in palestra qualche tempo prima.

«Cosa diavolo ci fa lui in Papua Nuova Guinea?» ripeté, «e perché è conciato così?» .

Giacomo li aveva seguiti per il resto del viaggio, e ora era lì, nascosto tra la vegetazione e in cima al vulcano, ad osservarli alla luce della Luna, mentre riposavano nei loro sacchi a pelo.

Si avvicinò senza fare rumore, nascosto nelle tenebre, finché non fu in grado di sentire le loro voci che discutevano nella notte.

 

scritto da Polipo Rosa

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