Un dottorato alienante – Episodio 8

«Vi servirà la mia pistola», disse il professore.

Elena ebbe un sussulto. «Una pistola? E perché mai?».

«Come pensate di procurarvi una donna senza una pistola?», rispose Santini. «Pensate che basterà scendere in paese per trovare una bella aborigena pronta a congiungersi con gli alieni? Magari spiegandogli anni e anni di ricerca scientifica in una lingua che nemmeno conoscete? No, se non vuoi essere tu a sacrificarti, Elena, dovrai rimediare una donna e portarla qui sù. Gli alieni erano stati chiari su quel che volevano, una femmina e un maschio con cui congiungersi, e questo gli daremo, anche se sembrerebbe che ci abbiano ripensato.»

Elena era sconvolta. Finalmente aveva realizzato la vera natura del piano del professore. Lei era soltanto una vittima sacrificale, merce di scambio per ottenere le cellule di cui Santini aveva bisogna per dimostrare l’esistenza degli alieni. Guardò Keme, cercando segnali di altrettanta incredulità. Il ragazzo era silenzioso, il suo sguardo severo. Evidentemente conosceva il piano dall’inizio, ed era d’accordo.

«Queste cose…» domandò Elena, «… cosa vogliono farmi esattamente?».

Il professore rimase qualche istante in silenzio, poi rispose: «Non lo so con precisione. Ho provato a tradurre i loro messaggi, ma credo di averne colto solamente il senso generale. A quanto pare aiuteranno tu e Keme ad avere un figlio, e studieranno il concepimento, la gestazione e la nascita, per imparare di più sulla specie umana. Quel che succederà dopo non è chiaro, forse terranno il bambino con loro.»

Elena era sconvolta. Tutto ciò era terribile, e ancora più orribile era la freddezza con cui il professore aveva illustrato il suo piano.

«Non ho alcuna intenzione di farlo», disse,«e… non rapirò nessuna donna… per voi…».

Mentre la sua voce si faceva più debole, il professore ghignò: «Tranquilla, lo immaginavo.»

Elena voleva rispondere, esprimere il suo orrore e poi scappare via, ma improvvisamente si accorse di non avere la forza nemmeno per aprire la bocca. Le si annebbiò la vista, le cominciò a girare la testa e perse lentamente i sensi, vittima del sonnifero che le era stato messo nella borraccia.

Il sole battente la costrinse ad aprire gli occhi. Si svegliò con il viso rivolto verso il cielo. Era legata come un salame con due grosse funi. Keme le si avvicinò e la costrinse a bere dell’acqua. «È ora di scendere la scalinata, tesoro. Andiamo a convincere gli alieni a tener fede al loro patto.»

 

scritto da Coccodrillo Satanico

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