“Giorgio Strehler: il Gigante del Piccolo”

Il 14 agosto del 1921, esattamente 100 anni fa, nasceva un titano della regia, «il più grande del’900» come scrisse il quotidiano francese Le Monde, che “visse d’arte” facendo del teatro la sua prima, quasi unica, ragion d’essere: Giorgio Strehler.

Regista eclettico, fecondo, umorale e perfezionista, è considerato una delle personalità più rappresentative del teatro europeo che nel corso della sua produttiva carriera si è collegato non solo alle teorie novecentesche dell’arte drammatica (con riferimenti a Bertolt Brecht, Antonin Artaud e Louis Jouvet), ma ha sempre rivolto anche un’attenzione quasi maniacale allo spazio scenico, ai ritmi spettacolari e all’illuminazione: quell’accortezza tout court a ogni aspetto che potesse contribuire a plasmare e a modellare la performance rendendo le piéces teatrali del maestro inconfondibili e uniche.

Nelle sue produzioni, il regista ha sempre cercato di restituire dignità al passato eseguendo un’interpretazione rispettosa del testo e della volontà autoriale, puntando allo spirito originario dell’opera mediante un approfondito lavoro di ricerca storica. La grandezza di Strehler fu anche quella di non porsi dei limiti, ma di confrontarsi e cimentarsi con un vasto repertorio di autori molto diversi tra loro, sfida che gli permise di elaborare una concezione del teatro come sintesi di svago e didattica, che aiuti l’uomo a riconoscersi in ciò che è umano, non in ciò che è disumano.

Le scelte eseguite dall’artista si riflettono poi a loro volta nella predilezione per alcuni autori chiave, veri e propri compagni di strada nel lavoro teatrale del grande maestro: Shakespeare soprattutto, ma anche Goldoni, Pirandello, la drammaturgia borghese, il teatro nazional popolare di Bertolazzi, Cechov e, nei primi anni, la drammaturgia contemporanea tra cui spicca Brecht che gli rivela un diverso approccio al teatro e lo introduce all’effetto dello straniamento.

La storia di Strehler, scandita dall’aprirsi e dal chiudersi dei sipari, si è svolta però prevalentemente su un palcoscenico in particolare, da lui fondato nel 1947 insieme all’amico Paolo Grassi e a Nina Vinchi, ovvero quello de’ il Piccolo Teatro della Città di Milano, il primo teatro stabile pubblico italiano, nel cui manifesto programmatico si legge:
«Noi non crediamo che il teatro sia una decorosa sopravvivenza di abitudini mondane o un astratto omaggio alla cultura. Il teatro resta il luogo dove la comunità, radunandosi liberamente a contemplare e a rivivere, rivela se stessa; il luogo dove fa la prova di una parola da accettare o da respingere: di una parola che accolta, diventerà un domani il centro del suo operare, suggerirà ritmo e misura ai suoi giorni».

Il Piccolo aprì le porte alla città con “L’albergo dei poveri”, un testo di Gor’kij in cui la questione sociale esalta l’umanità dei miseri, vagheggiando una loro prossima dirompente emancipazione. Tale scelta non fu per nulla casuale ma decisamente programmatica: fu dettata infatti dal sogno di rinascita e di rinnovamento dalle ceneri del Secondo conflitto mondiale. Il maestro divenne in seguito il regista stabile del teatro e nonostante la realizzazione di produzioni per altri grandi teatri (come La Scala, l’ Odeon, etc.), il suo impegno verso il Piccolo non venne mai meno: non solo infatti si occupò con passione e dedizione della realizzazione di quasi tutte le produzioni del teatro, ma fondò nel 1987 anche una Scuola di Teatro, intitolata e guidata da Ronconi fino alla sua morte e attualmente diretta da Carmelo Rifici.

Quanto al mestiere del teatro, Strehler lo definì difficile e scomodo, un mestiere dell’anima in cui si rimescolano delle cose terribili che ci sono nell’uomo, qualcuno ci si perde dentro e diventa sciocco, esibizionista e vanesio, altri si purificano, si affinano e diventano più profondi. D’altronde, Louis Jouvet diceva:

«Bisogna essere proprio nel delirio per poter mettere il proprio cuore tutte le sere nelle mani della gente»,

e a tale affermazione Strehler faceva eco ribadendo:

«Io so e non so perché lo faccio il teatro ma so che devo farlo, che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me stesso, uomo politico e no, civile e no, ideologo, poeta, musicista, attore, pagliaccio, amante, critico… me, insomma, con quello che sono e penso di essere e quello che penso e credo sia vita. Poco so, ma quel poco lo dico».

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